L'Acqua non è in Vendita: Le Comunità Italiane che Resistono all'Accaparramento delle Falde
Photo: Dietmar Rabich, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è qualcosa di profondamente contraddittorio nel fatto che, in un Paese dove milioni di cittadini faticano ad accedere a un'acqua del rubinetto di qualità adeguata, le falde acquifere più pregiate vengano concesse a titolo quasi gratuito a multinazionali che le imbottigliano e rivendono a prezzi di mercato. Eppure, questa è la realtà che decine di comunità italiane si trovano ad affrontare ogni giorno. Una realtà che ha generato un'ondata crescente di conflittualità giuridica e civile, portando il tema dell'acqua come diritto fondamentale al centro del dibattito politico e giudiziario nazionale.
Il Quadro Normativo: Tra Principio Pubblicistico e Gestione Privata
Il punto di partenza di qualsiasi analisi giuridica è il referendum del 2011, con cui la maggioranza degli italiani si espresse inequivocabilmente contro la privatizzazione del servizio idrico integrato. Quell'esito referendario condusse all'abrogazione delle norme che imponevano la presenza di capitale privato nella gestione dell'acqua pubblica, rafforzando il principio secondo cui le risorse idriche appartengono al patrimonio indisponibile dello Stato.
Tuttavia, la disciplina delle concessioni di derivazione idrica — che regola il prelievo di acque sotterranee a fini commerciali — è rimasta sostanzialmente invariata, ancorata al Testo Unico delle Acque Pubbliche del 1933 (Regio Decreto n. 1775) e aggiornata solo parzialmente dal d.lgs. 152/2006 (Codice dell'Ambiente). Le regioni detengono la competenza primaria nel rilascio delle concessioni, con criteri che variano sensibilmente da un territorio all'altro e che non sempre incorporano adeguate valutazioni di sostenibilità idrogeologica.
A livello internazionale, la Risoluzione ONU 64/292 del 2010 ha riconosciuto il diritto all'acqua potabile sicura e pulita come diritto umano fondamentale. Questa affermazione, pur non avendo forza vincolante diretta nell'ordinamento italiano, costituisce un parametro interpretativo di crescente rilevanza nelle aule giudiziarie e nei procedimenti amministrativi.
Casi Concreti: Quando i Comuni Dicono Basta
La Basilicata è uno dei teatri più emblematici di questa conflittualità. La regione ospita alcune delle sorgenti più produttive del Mezzogiorno, le cui acque alimentano sia l'acquedotto pugliese sia le linee produttive di grandi marchi dell'imbottigliamento. Comuni come Castelluccio Inferiore e Viggiano hanno sollevato obiezioni formali alle concessioni rinnovate senza adeguata valutazione dell'impatto sul regime idrico locale, lamentando una riduzione delle portate disponibili per uso civile durante i periodi di siccità.
In Veneto, il caso delle sorgenti delle Prealpi bellunesi ha visto alcune amministrazioni locali ricorrere al TAR contro il rinnovo automatico di concessioni pluridecennali, contestando la mancata applicazione del principio di precauzione e l'assenza di studi aggiornati sulla ricarica degli acquiferi. Il Tribunale Amministrativo Regionale del Veneto ha in più occasioni riconosciuto la legittimità di tali ricorsi, sospendendo in via cautelare alcune autorizzazioni e ordinando nuove istruttorie.
Anche in Toscana, nella zona del Valdarno, comitati cittadini sostenuti da amministrazioni comunali progressiste hanno avviato procedimenti per revocare concessioni ritenute incompatibili con i piani di tutela delle acque regionali, facendo leva sulle disposizioni del Piano di Gestione del Distretto Idrografico dell'Appennino Settentrionale.
Le Strategie Legali delle Amministrazioni Locali
Le armi giuridiche a disposizione dei comuni sono molteplici, sebbene il loro utilizzo richieda competenze specialistiche e risorse non sempre disponibili negli enti di minori dimensioni.
In primo luogo, i comuni possono intervenire nelle procedure di rilascio o rinnovo delle concessioni presentando osservazioni formali e richiedendo la convocazione di conferenze di servizi allargate, nelle quali far valere le proprie prerogative in materia di pianificazione territoriale e tutela della salute pubblica. Laddove la regione proceda comunque al rilascio della concessione, il comune può impugnare il provvedimento davanti al TAR competente, invocando vizi di legittimità per difetto di istruttoria, violazione del principio di precauzione o incompatibilità con gli strumenti urbanistici locali.
Un secondo strumento è rappresentato dalle azioni di danno ambientale previste dal d.lgs. 152/2006, esperibili quando il prelievo eccessivo abbia già prodotto effetti negativi documentabili sull'ecosistema idrico, come l'abbassamento della falda, la riduzione delle portate dei corsi d'acqua superficiali o la compromissione di habitat tutelati dalla Direttiva Habitat (92/43/CEE).
Infine, le amministrazioni possono avvalersi della normativa sull'accesso agli atti per acquisire tutti i documenti istruttori relativi alle concessioni, esercitando una funzione di controllo democratico che spesso produce, da sola, effetti deterrenti significativi.
Il Ruolo della Partecipazione Civica e delle Associazioni
Le battaglie più efficaci non si combattono soltanto nelle aule dei tribunali amministrativi. La mobilitazione delle comunità locali, il lavoro di sensibilizzazione delle associazioni ambientaliste e la pressione esercitata attraverso i media hanno contribuito in modo determinante ad alcuni dei risultati più significativi ottenuti negli ultimi anni.
Organizzazioni come Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua, che aveva già guidato la campagna referendaria del 2011, continuano a monitorare le concessioni sul territorio nazionale e a fornire supporto tecnico-legale ai comitati locali. Il loro apporto è spesso decisivo per colmare il divario di risorse tra le comunità e le grandi società di imbottigliamento, che dispongono di uffici legali strutturati e di capacità lobbistiche considerevoli.
Verso una Riforma delle Concessioni Idriche
L'insieme di queste vicende rende evidente l'urgenza di una riforma organica della disciplina delle concessioni di derivazione idrica. Una riforma che aggiorni i canoni di concessione — spesso fermi a importi simbolici fissati decenni fa — e li ancori alla quantità e al valore economico dell'acqua prelevata. Che introduca obblighi stringenti di monitoraggio idrogeologico e rendicontazione pubblica dei volumi estratti. Che riconosca esplicitamente il principio di priorità dell'uso civile e comunitario rispetto a quello commerciale.
Sul piano costituzionale, diversi giuristi progressisti sostengono che il diritto all'acqua trovi già fondamento negli articoli 2 e 32 della Costituzione italiana, rispettivamente in materia di diritti inviolabili e di diritto alla salute. Un riconoscimento esplicito in sede legislativa rafforzerebbe enormemente la posizione delle comunità nelle controversie con i soggetti privati.
L'acqua è vita, prima ancora che risorsa. Trattarla come tale — sul piano giuridico, politico e culturale — è la sfida che le comunità italiane più consapevoli hanno già accettato. Spetta ora al legislatore e alla magistratura dare a quella sfida le risposte che merita.